Blog

BACK TO OVERVIEW

29 April 2014

Italia: una nuova coalizione si unisce alla crescente opposizione al TTIP.

Intervista con Monica Di Sisto a proposito della Campagna Stop TTIP Italia

Marta Nathansohn

La Campagna Stop TTIP Italia nasce nel febbraio 2014 per coordinare organizzazioni, reti, realtà e territori che si oppongono all’approvazione del Trattato di Partenariato Transatlantico su Commercio e Investimenti. Lo scopo dell’iniziativa è di opporsi a un disegno politico che ha nella mercificazione dei diritti e nella tutela dei mercati il suo principale obiettivo. Ribellarsi a un trattato che antepone la logica del profitto illimitato alla tutela dei diritti inalienabili sanciti formalmente nelle convenzioni europee ed internazionali vuol dire assumersi la responsabilità di determinare un cambiamento che sia a beneficio di tutti e non ad appannaggio dei soliti noti.

Monica Di Sisto è una giornalista e docente universitaria italiana, vice-presidente di FAIR Watch e coordinatrice della Campagna Stop TTIP Italia.

Perché avete deciso di formare un comitato contro TTIP?

Abbiamo deciso di unire le forze e i punti di vista - tra associazioni, sindacati, organizzazioni ambientaliste, campagne, gruppi di base, territori - per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica su quanti più aspetti possibili della nostra vita quotidiana saranno interessati dal TTIP. In Italia, tutti i Governi che sono stati attraversati dall'avvio e dalla conduzione delle trattative del TTIP l'hanno sempre sostenuto con entusiasmo, senza mai riflettere con la necessaria cautela sull'impatto che un così ampio programma di deregulation e liberalizzazioni avrebbe su un sistema economico devastato come il nostro. Per questo abbiamo ritenuto fosse necessario raccontare la verità partendo da quante più competenze possibili, con l'unico orizzonte della tutela dei diritti e dei beni comuni.

Quali sono le vostre principali perplessità verso tale accordo commerciale?

Innanzitutto siamo preoccupati dalla profonda ferita alla democrazia e alla partecipazione dei cittadini al processo di decisione dell'Unione Europea che questo negoziato sta generando. Riteniamo inaccettabile che non solo dazi e tariffe - che pure hanno impatti tali da cancellare interi settori e distretti produttivi, come abbiamo sperimentato dolorosamente sul nostro tessile dopo la fine dell'Accordo Multifibre nel 2005 - ma diritti e standard di qualità, di sicurezza, di sostenibilità ambientale e sociale interessati dal TTIP, che potrebbero danneggiare milioni di persone,  vengano affrontati alla luce della sola normativa e compatibilità commerciale. Il TTIP è condotto da un pugno di tecnici chiusi tra Bruxelles e Washington che nessuno ha eletto, scavalcando anni di battaglie parlamentari e sociali che ci hanno portato a implementarli. 

I sostenitori dell'accordo TTIP dicono che permetterebbe di creare milioni di nuovi posti di lavoro in Europa. Come rispondete a quest’affermazione?

In Italia siamo abituati a queste promesse: da oltre vent'anni l'imbonitore di turno le tira fuori ad ogni scadenza elettorale. Siamo un Paese con un tasso di disoccupazione tra i più alti d'Europa, quello giovanile è il più alto tra i paesi dell’UE. Sono anni che le politiche e le pratiche economiche e commerciali nazionali impongono idealisticamente al nostro sistema l'equazione "più commercio internazionale uguale più benessere" che si è già dimostrato fallimentare. Le nostre imprese esportatrici sono una piccola parte dell'economia nazionale. Il grosso delle esportazioni - fino all'80% del valore - se lo portano a casa le prime dieci imprese nazionali, ci dice l'ICE (l'Istituto per il Commercio con l'estero, un organismo in parte pubblico e non un pericoloso ideologo). Nell'ultimo rapporto, l'Istituto chiarisce che le imprese che hanno aumentato le proprie esportazioni l’hanno fatto recuperando capacità competitiva, comprimendo i prezzi con le delocalizzazioni. E' chiaro che non ci servirà a nulla arricchire ulteriormente i loro profitti col TTIP a spese dei nostri diritti. Sono anni che lo facciamo, e siamo sempre più impoveriti, disoccupati, senza prospettive.

I responsabili dei negoziati sostengono di volerli portare a termine entro la fine dell'anno. In vista di tali incontri, quali sono i vostri programmi per i prossimi mesi?

Innanzitutto non crediamo che questo sia possibile. Anche negli ultimi dialoghi con il Governo ci è sembrato che persino il 2015 sia considerato infattibile come data limite dagli stessi negoziatori, considerate le diffidenze di Paesi chiave come Germania e Francia, gli incerti esiti della tornata elettorale, e anche grazie alle campagne d’informazione che, pur con grande difficoltà, la società civile sta portando avanti sulle due sponde dell'Atlantico. L'Italia avrà dal prossimo luglio la presidenza di turno dell'Unione Europea, e come Campagna useremo al meglio la visibilità che il Governo cercherà di ottenere per le proprie iniziative sui temi europei, sia per sollevare le nostre obiezioni, sia per far sentire la nostra voce. Abbiamo organizzato un primo presidio davanti alla delegazione europea ed a quella statunitense in occasione della visita del presidente Obama, un seminario di formazione ed informazione sostenuto dalla Fondazione Rosa Luxembourg e oltre una ventina di incontri locali in cui componenti della Campagna hanno presentato il nostro punto di vista e le nostre proposte. Pensiamo di continuare con iniziative simili, in aggiunta a seminari d'alto livello e di alfabetizzazione commerciale dal basso di qui al prossimo inverno, anche perché c'è molta richiesta dai territori di capire e approfondire. 

Le elezioni europee di maggio porteranno alla nascita di un nuovo Parlamento che avrà il compito di approvare o respingere la versione finale del TTIP. Che tipo di messaggio volete inviare agli elettori italiani riguardo al TTIP e la loro scelta di voto?

Abbiamo indirizzato una lettera, che renderemo pubblica al più presto, ai candidati alle elezioni europee per chiedere loro un impegno a fermare il TTIP. In più, alcune forze politiche hanno già presentato mozioni e interrogazioni parlamentari per portare il Governo a rispondere del proprio entusiasmo e a confrontarsi con le ragioni del buon senso di cui, come Campagna, siamo portatori. In Italia c'è una forte attenzione e coinvolgimento dell'opinione pubblica in pratiche di economia solidale - gruppi d'acquisto, mercati contadini, orti urbani, commercio equo, fabbriche recuperate, occupazione di spazi per produzioni sostenibili e riconversione ecologica e sociale - così come nella difesa dei beni comuni, a partire dall'acqua pubblica su cui si è vinto un grande referendum popolare. Sappiamo votare con il portafoglio, sappiamo resistere e cambiare anche perché il più delle volte o lo facciamo da soli o non succede niente. Chi perde il lavoro o muore d'inquinamento, se non reagisce, rischia di farlo nell'assoluta distrazione istituzionale. Come Campagna contiamo che in un Paese così martoriato tale consapevolezza stia crescendo grazie all'autorganizzazione e all'autodeterminazione delle comunità. Dobbiamo resistere, per esercitare il diritto di scegliere che cosa produrre, come, per chi, e che cosa comprare e che cosa no, quanto, e da chi, ma soprattutto perché. Sappiamo farlo, e siamo sempre di più.

Please share!

more
Related content
Comments

Your comment

^